Di Luca Parisi
Fino a qualche tempo fa credevo che uno dei principali mali di questa Italia fosse il disinteresse totale della maggior parte dei cittadini, e dei giovani in particolare, per i problemi del Paese. Mi accadeva sovente, e ahimè accade tuttora, di conoscere ragazzi, miei coetanei, che a mio parere vivono una vita passiva, senza alcun slancio, nella convinzione che i problemi che affliggono la nostra Italia e il nostro territorio sia qualcosa a loro estraneo, qualcosa di lontano che non li tange minimamente.
Sono un ragazzo di 23 anni che frequenta la facoltà di Ingegneria a Lecce. Durante la mia vita universitaria mi capita spesso di conoscere giovani molto validi e capaci che rappresentano il futuro della nostra nazione. Ragazzi che hanno tanti interessi a cui manca però quel filo di connessione con la realtà che ci e li circonda, giovani che al sol accennare di problemi che affliggono la nostra Italia preferiscono cambiare discorso. Ora invece scopro con mio grande rammarico che ci sono anche giovani che si rendono conto della situazione in cui versa il nostro Paese e che tuttavia sono già pronti alla resa, a battaglia non ancora cominciata.
Sfogliando l’ultimo numero de Il Punto mi è caduto l’occhio su un articolo di un giovane ragazzo universitario che è ben conscio della situazione italiana. Viene denunciato il disagio per una politica che non investe nella meritocrazia, di “giovani laureati che hanno creduto che lo studio duro fosse la sola strada affidabile e si ritrovano in un Paese in cui il merito non ha nessun valore”, lamenta i legami tra politica e interessi individuali “con gli abusi in settori del pubblico impiego, gli appalti truccati e questo pensare mafioso ormai del tutto italiano”. È vero. Questi sono problemi di cui la politica deve tenere conto e per i quali noi tutti, giovani e meno giovani, facendo fronte comune, dobbiamo lottare per cambiare lo stato delle cose. Ma non è su questo che voglio soffermarmi.
Ciò che mi ha colpito davvero è l’ultima parte della riflessione in cui, riferendosi a un precedente commento, dice: “Leggevo il commento di un sanvitese, secondo il quale andare via è una resa. Non sono d’accordo, credo sia una presa di posizione. Ho 23 anni e sono già troppo realista per credere di cambiare le cose; più che altro non ho tempo per stare a cambiarle e, non potendo aspettare che questo Paese si svegli per me, chissà, potrei preferire anch’io, un giorno, di lasciarlo com’è”.
Parole senz’altro molto forti che esprimono molta rassegnazione. Rispetto l’opinione del ragazzo anche se tuttavia non la condivido assolutamente anzi, di più, penso che sia assai deleteria. Mi preme invece ricordare il pensiero che espresse Paolo Borsellino in ricordo del suo collega e amico Giovanni Falcone durante la veglia organizzata dall’AGESCI il 20 giugno 1992, un mese prima di essere ucciso: “[...] La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non deve essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le nuove generazioni meno appesantite dai condizionamenti e dai ragionamenti utilitaristici e più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.
In quel intervento Borsellino si riferiva alla lotta contro il crimine organizzato e confidava nei giovani. Così come nella lotta alle mafie, per qualsiasi altro problema italiano sarà fondamentale il contributo di noi tutti al fine di un miglioramento della situazione vigente. Abbiamo il dovere di lottare al fine di cambiare la situazione attuale, abbiamo il dovere di consegnare ai nostri figli un futuro migliore. Tuttavia, sia chiaro, non voglio, e soprattutto non ne ho il diritto, di biasimare le persone che decidono di allontanarsi dalla loro terra natia. Ognuno è padrone della sua vita e ha il diritto di prendere le decisioni che più ritiene giuste. Tuttavia non posso fare a meno di apprezzare tutti coloro che, decidendo di rimanere, sono consapevoli delle tante difficoltà che incontreranno nella loro vita.
Un pensiero lo rivolgo anche a tutti quegli eroi che hanno compiuto l’estremo sacrificio nella convinzione di poter cambiare il mondo, alcuni dei quali non erano originari neanche delle nostre parti e che hanno dato la vita per motivi di servizio. Noi invece non siamo capaci nemmeno di fare scelte passionali. La mia può sembrare un’analisi cruda dei fatti. In realtà voglio essere il più possibile lucido e realista, nella convinzione che lo stato delle cose possa cambiare unicamente se i problemi vengono affrontati da tutti noi, insieme!
Possiamo e dobbiamo farcela. Certo, tuttavia non posso fare a meno di apprezzare tutte quelle persone che ogni giorno decidono di rimanere qui, cercando di far crescere la nostra terra. Un pensiero lo rinvolgo anche a tutti quegli eroi che hanno fatto l’estremo sacrificio con la convinzione di poter cambiare il mondo, persone alcune delle quali non erano originarie neanche delle nostre parti e che hanno dato la vita per motivi di servizio (vd. gen.Dalla Chiesa).
Noi invece non siamo capaci nemmeno di fare scelte passionali. Abbiamo un’altra gran bella qualità, quella di fuggira alcuni potrò essere tacciato di ipocrisia. Ebbene, non mi sento di escludere a priori che magari in un futuro, per motivi di lavoro, sia costretto anch’io ad abbandonare la terra che amo. Se ciò avvenisse, sarà stata sicuramente una decisione sofferta. Ma una cosa però è certa. Non lo farò senza non aver prima lottato e perso! Fuggire è semplice, rimanere è migliorare le cose è difficile. Ora, ragazzi, fate le vostre scelte…









